Approfondimenti

Estratti dal libro “60 ANNI IN MOSTRA Franco Venanti & 46 maestri dell’arte contemporanea umbro-toscani”

Testi critici e Testimonianze

Hanno scritto su di lui:

[…] Quando, in una notte rigida, nella sua splendida Perugia, in uno studiolo cavato da un antico torrione, vidi quadri e stampe, sappi dire poco all’autore: buon segno per me, direi, e per lui. Lo stupore, infatti, il senso risaltante dell’invenzione, la complessità dell’opera dove nulla dell’ordine delle cose sembra violentato, ed invece è tutta una sottile inchiesta che ti punge attraverso le immagini di questo mondo fatto, disfatto e rifatto, non possono provocare verbali esplosioni, ma impongono stati di meditazione, e quasi di sgomento.
C’era il silenzio con noi, in quello studio, e tale silenzio non divideva l’autore da me, amico, ma ne declinava una dimensione inconsueta. inutile, in una breve nota senza pretese qual è la mia, indugiarsi in com’è lecito qui, quale porzione dell’uomo risulta calata  in quest’opera singolarissima, al di là delle solite citazioni, eventuali parentele, eredità con antichi e moderni: vieta letteratura, sempre deviante ai fini di una autentica scoperta.
Franco Venanti è un uomo che vive dentro all’arte; col mondo ha il suo colloquio nel mistero della sua solitudine preziosa.

Firenze, 10 gennaio 1977

L’appropriata similitudine che Domenico Rea ha istituito tra i dipinti di Franco Venanti ed i sogni trova la sua più coerente conferma nello stile del pittore. Uno stile in cui l’ardito accostamento dei più diversi e contrastanti mezzi dell’espressione figurale, dalla fredda obiettività del riporto fotografico simulato o reale che sia alla scarna levità del puro tracciato lineare, riflette le ambiguità e le discontinuità con cui le immagini affiorano nei sogni e permangono dopo il risveglio.
Sono però, quelli di Venanti, dei sogni “guidati”, da una ironia cui non si può negare una lontana matrice surrealistica, e la cui apparente irrazionalità sottintende dei significati spesso inquietanti che si legittimano nel segreto ripostiglio della memoria dell’uomo. Così, ogni quadro di Venanti è un brano, un capitolo della sua autobiografia più intima che si risolve tuttavia grazie alla sensibilità dell’artista in un evento pittorico di raffinatissima qualità e pertanto di piena autonomia e validità poetiche.

È inutile, probabilmente, parlare di filosofi e pensatori, di antichi e recenti maestri che hanno fatto della surrealtà e dell’assurdo l’asse portante del loro sentire: perché mai uno dovrebbe inseguire nomi e snocciolare riferimenti in presenza di opere che non richiedono paralleli, comunanza, contatti di pianerottolo? Meglio andar dritti e approdare con felicità (…) alla spiaggia corrusca di Franco Venanti. E trovare la chiave che serra geloso il suo arsenale, la parola che fa spalancare la caverna di Ali Babà, la mappa dell’Isola del tesoro, il percorso tortuoso per arrivare a Shangri-La, mitico monastero dell’eterna giovinezza. E nel Tibet dei nostri ricordi si staglia nitida la figura di quest’artista che in tutta evidenza non ha mai abbassato la guardia. Così, senza un attimo di respiro, convulsamente e con rabbia Venanti è se stesso, negli anni. Che sembrano passare per gli altri e non per lui, fortunato possessore di un elisir che è panacea vera contro il tempo. Si annota questo per la ragione semplice e schietta che si rinviene proprio nello sfogliare gli appunti, il libro, il tomo delle sue opere: cresciute a dismisura negli anni, diario di bordo per una navigazione difficile nella burrasca del gran mare dell’esistenza, specchio fedele delle contraddizioni dell’autore (…), dei suoi impulsi, della gioia azzurra e del grigiore melanconico. Non ha smesso un attimo, Venanti, dal creare, dall’immaginare cieli a perdita d’occhio e suoni vicini, dall’inseguire in groppa all’Ippogrifo una risposta, una voce, un richiamo.
Giovane sempre, nell’animo e nell’IdeAzione, nella polemica verso le mille storture della società e nella fragrante evocazione di un universo perduto.
C’è moltissimo, e ancora di più nelle sue pagine. E vi si può leggere ogni cosa secondo le rispondenze personali, Babilonia tumultuante di visi, incastri, ghigni lepidi, svenevolezze, archetipi e uomini d’oggi, rinoceronti impazziti in un tempo immobile, alati Amorini cialtroni, guerrieri catafratti nelle loro armature, tumuli di forme, crash da ultimo giorno del mondo, o se si vuole da alba della vita con la piuma che ha la stessa levità del macigno.
[…]

[…]Entrando nel mondo di Venanti, si ha l’impressione di procedere in un labirinto, popolato di scimmiette, da cavalli di legno, da galli, colombe e pappagalli, perdendo via via, con tutte queste piacevoli distrazioni, la via maestra per il ritorno alla luce della natura, come se un potere occulto gradualmente ti avvincesse, come se una maga Circe ti incantasse e ti trattenesse. Il metodo creativo di Venanti è quindi lento e meditato; egli non è un pittore che crea a getto continuo, come tanti più adatti di lui alla rapida mercificazione.
L’immagine di Venanti si forma in negativo, scartando tutte le possibilità fenomeniche per assumerne una essenziale, che egli sceglie nel farsi. Mi spiego con un esempio: il quadro “Il Pittore e la modella”. In un ovale imperfetto, di impostazione baroccheggiante l’artista ci presenta un’immagine manierista, da intellettuale decadentista, del suo studio. Raffigurandosi in perfetta identità a sinistra del quadro, sembra dare maggiore spazio alla modella svestita alla destra e a tutto l’ambiente intorno. In realtà tutto ruota attorno a lui, dei suoi piccoli amori, dei suoi oggetti cari, delle cose che gli sono consanguinei. Distrutti i principi dell’arte moderna, compresi quelli picassiani, in tal soggetto, neppure quello della sensualità dell’oggetto femminile, qui vistosamente indicato dalla trasparenza della sottoveste, dalle calze nere, dal fiocco lilla, dalla carnosa esuberanza della coscia, si capisce che nel farsi dell’opera Venanti si è posto il problema di come ricostruire qualcosa che li uguagliasse. È come se nel dipingere si fosse gradualmente trovato in un crinale tra l’esaltazione del rapporto (il pittore e la modella) e l’abisso di un risultato irraggiungibile, in una sorta di impossibilità di godere appieno l’intimità di questo rapporto d’arte e di amore, ché tale è il rapporto vivo tra il pittore e la sua modella. Ne deriva un senso di inquietudine, che si esprime nel gioco con gli oggetti cancellati dal tempo, un’atmosfera di tristezza dalla quale emergono le immagini della memoria che riducono le cose del passato alla spietata loro effettiva dimensione. Non è un rapporto tra un esistente modesto e una memoria grandiosa, non è neppure il contrario. Si leva invece un brusio che può essere della colomba bianca nella mano della donna come delle anime dei trapassati, là oltre i pesanti tendaggi. […]

Tra i sette vizi capitali, la lussuria, contrapposta dalla morale cattolica alla temperanza, viene definita lessicalmente come una: “Tendenza irresistibile, desiderio smodato, brama sfrenata di piaceri sessuali; passione accesa dei sensi; libidine, lascivia, concupiscenza, carnalità” (dal Battaglia). Sinonimi ed aggettivazioni iperboliche (irresistibile, smodato, sfrenata) si caratterizzano per l’eccesso, lo squilibrato coinvolgimento emotivo di un ideale, perfetto ed ascetico corpo iperuranico rispetto al suo doppio terrestre, degradatosi con la “carnalità”. Raffinato interprete di questa caduta “peccaminosa” dei sensi, Franco Venanti utilizza l’arma irresistibile del colore per sedurre, e farsi sedurre, da questi nudi diafani materializzatisi sulla tela come per incanto, tanti e tali sono le trasparenze, le variazioni tonali dei rosa-carne palpitanti nell’eccitazione erotica delle com/penetrazioni di grigi, azzurri, viola, bianchi, rossi orgiasticamente aggrovigliati in un amplesso senza fine.
E come per Roland Barthes, il piacere della seduzione è concentrato tutto “là dove l’abito si dischiude”, così l’eccitazione del corpo esibito, è in queste opere esaltata da un cappello, un elmo ed un lembo di stoffa che mentre occultano e coprono, contestualmente aprono, per la farneticante immaginazione, varchi disinibitori al “raptus concupiscente” (per attenerci ancora al lessico). Se queste sono le coordinate essenziali dell’arte lussuriosa di Franco Venanti, non da meno va tentata una lettura più analitica della sua figurazione intertemporale, in cui icone provenienti da culture ed epoche diverse, sono chiamate a raccolta nella stessa tela alla stregua di una concertante seduta medianica. Talchè la post modernità della citazione forte (la “Battaglia” di Paolo Uccello, i “Manichini” di De Chirico ed i “Rinoceronti” di Trubbiani), va liberamente a coniugarsi, congiungersi (tanto per stare nel tema), con la modernità di un impaginato pittorico in cui la certezza di diagonali e punti di fuga rinascimentali sono messi in discussione dal dinamismo di eccentrici (fuori del centro) campi vettoriali, riconducenti le solari coordinate cartesiane della ragione nel più problematico alveo freudiano dell’istinto pulsionale. Né va sottaciuta, in questa telegrafica nota, la freschezza inventiva di una componente ludica soft, disarcionante, con i suoi ri/temprati lampeggiamenti, il grigio concettualismo di tanta arte contemporanea.

[…] Venanti ha il potere ipnotico di un mago che usi i toni bassi, i sottovoci suadenti per catturare le anime, e così realtà e sogno diventano per lui e per noi una sola entità inestricabile. Si entra senza che la mente opponga i suoi guardiani, nel labirinto in cui ci conduce, dentro una sorta di incantamento che persuade perché coinvolge. Dove i confini del sogno si confondono con quelli della memoria.
Una memoria che si spiega sulla sua storia, sul suo “privato” indagato non nella cronaca delle vicende, ma nel loro retroterra emotivo, nella loro più segreta e meno leggibile realtà. E ci suggeriscono, quelle immagini, che la memoria è figlia, come il sogno, del rimpianto, perché ambedue cancellano o negano ciò che è ostile e più debole. Forse, qui, la morte in un’ansia di vita che cerca nell’amore i suoi emblemi più trionfanti.
Ed ecco allora apparire dominante una componente onirica che rende il colore così dilavato come dalla corrosione del tempo, o meglio dalla sua incapacità/impossibilità di venire alla luce, di trovare la sua pienezza come quando, appunto, cerchiamo a fatica, al risveglio, quelle trame, quelle visioni fluttuanti. Queste immagini sembrano affiorare da un discorso, o addirittura da un racconto, che appare sotteso, ma non compiuto, o frantumato.[…]
Vuoti che parlano di passato, do morte, ma che invocano la speranza che è vita, il futuro che è vita, l’amore che è vita.
Gli emblemi sono tutti scoperti e leggibili. Venanti procede come un poeta, per metafore.
E se la poesia è metafora, le sue visioni sono poesia: poesia i lampi con cui egli accende squarci di luce surreale, apre gli spiragli sul mistero del nostro esistere, e chiede aiuto alla natura (…) e alla donna che della natura è il canto più perfetto. […]

Crisi della parola, dell’immagine, della comunicazione. In questi ultimi decenni, tutti gli strumenti coi quali l’uomo ha instaurato un discorso simbolico, si sono logorati, hanno perso identità e potenziali significati. E il problema che gli artisti si sono dovuti porre – sempre più angosciosamente – è stato quello di una ricerca di nuovi livelli o territori o isole di comunicazione.
Come ricucire l’antica tela e fondarne una nuova, in che direzione inviare sonde per reperire nuovi strumenti simbolici (In questo il vero lavoro “politico” dell’artista, inventare il linguaggio per esprimere – e quindi contribuire a creare – i nuovi assetti interpersonali, societari che l’umanità via via cerca di darsi.).
La coscienza ludica di essere “vissuti” da un sogno inquietante, l’ostinazione a dar forma a questo sogno e a queste inquietudini, la capacità di reperire nelle riserve sotterranee del subconscio, della memoria e del delirio onirico aggregati di simboli ancora non corrosi da un uso sociale – sono stati gli approdi di gran parte degli artisti di questo secolo. I primi nomi che ricorrono: Kafka, Joyce, De Chirico, Proust, Sconberg, Bunuel, Beckett.
In questa esplorazione dei grandi depositi del sogno e del subconscio, c’è chi si tuffa e sente il fascino dell’abisso, e cerca i Moby Dick della memoria preistorica, i mostri del buio profondo, e chi – come Venanti – esplorando sotto il primo velo dell’acqua, ancora luminoso, ma già denso di rifrazioni magiche, evoca misteri, figure, incubi, sussulti d’angoscia, vibrazioni che hanno sempre la luce dell’alba, quando i sogni convivono con i milioni di cellule già in risveglio. Operazione difficilissima perché ad ogni passo lo strato sottile e popolarizzante che divide la memoria dal presente, il sogno dalla realtà, rischia la lacerazione e la vanificazione.
Di quadro in quadro siamo portati a seguire l’opera di Venanti – acrobata del colore, del disegno e della composizione  – col fiato sospeso, ma il filo sottile sul quale egli procede è sempre teso, e il suo passo sicuro strappa l’applauso.

(…) è impossibile inserire il Venanti in una corrente o in un gusto perché manifesta di essere un artista del tutto autonomo che segue solo la sua intima ispirazione, per creare una narrazione molto personale e particolarmente significativa. Da vero artista parte sempre dalla realtà per trasfigurarla, per trasformarla in un mondo misto di sogni e di ricordi, di fantasia e di simboli, per rivelare e comunicare i suoi messaggi manifestando un pressante interesse per l’uomo e la sua storia. Le sue tele sono ricche di immagini che si sovrappongono, di colori talvolta intensi, spesso tenuti ed evanescenti, sono colme di associazioni insolite e significative come dimostrano i vari animali, usati come mezzi simbolici, posti così di frequente in primo piano e strettamente collegati alla figura umana per generare una stravagante fusione, chiaramente allusiva. Attraverso un’iconografia così varia e complessa il pittore umbro, con uno sguardo ironico ed indagatore, quasi deluso, denuncia le miserie delle rivoluzioni, ridicolizza e disprezza i detentori del potere raffigurati come persone tronfie ed ottuse, critica la vanità e la frivolezza di un’epoca, la belle époque, che poi non è  così lontana dalla nostra.

Deluso dalle rivoluzioni: ne rende testimonianza il dipinto che potrebbe aprire – o concludere – il ciclo stesso, una summa dei movimenti rivoluzionari d’ogni tempo e geografia, dove il generale giacobino è accostato alla figura di Cristo, a sua volta seguito da Robespierre, da Marx, da Lenin, dalla moltitudine degli anonimi: nel cielo gli angeli paiono guidare il drappello verso quel paradiso terrestre che purtroppo rimarrà una utopia. Lo slancio iniziale si è arenato nelle paludi della burocrazia, l’ansia di rinnovamento si è tramutata in volontà di potenza, l’aspirazione alla giustizia ha ceduto per ragion di Stato alla sopraffazione e alla violenza. […]
Il repertorio iconografico di Franco Venanti fissa dunque il diagramma di una malattia perversa. Descriverne i sintomi, seguirne il decorso non è agevole forse anche perché essa si rivela quando ha ormai raggiunto l’acme.
E forse anche perché i presupposti ideologici accecano coloro che li avevano, con fede, adottati.
Si tratta comunque di un morbo oscuro che cresce sotterraneamente per assumere poi proporzioni epidemiche. Aggredisce e inesorabilmente corrode l’animo dei potenti. Penetra quindi in quel corpus che è lo Stato, inquinandone ogni organo, disintegrandone le istituzioni. Infine, come veleno maligno, si inocula nel popolo, inchiodandolo nell’apatia, impedendogli la rivendicazione dei diritti per i quali si era battuto.
La rivoluzione, allora, si staglierà similmente a miraggio sempre più remoto: un cadavere mummificato da strumentalizzare nelle occasioni celebrative – ma sarà cadavere difeso da guardiani spietati. […]

[…] Pittore della notte, ricercatore dei fenomeni del subconscio, le sue composizioni, come i sogni, sembrano siano senza peso, ma come i sogni s’inseriscono in regni sconosciuti e inquieti il cui significato può anche scavare nel nostro destino. È sintomatico che nelle opere di quest’artista s’incontrino animali notturni, oggetti simbolici, un che di alchemico e d’irripetibile in natura, ma profondamente riconoscibile da quella parte di noi che solo a momenti e per folgorazioni i incubi si rivela e scompare.
Quadri impalpabili, affascinanti, al polo opposto della ricerca contemporanea, troppo astratta per riuscire a infrangere una realtà sfuggente e troppo materica per discendere nei sottofondi e reticolo di una società striata di sangue. Venanti possiede i mezzi per compiere esplorazioni in territori che, pur essendo privi di confini certi, rientrano in una contemporaneità stupefacente. È difficile spiegarsi. Venanti non è di lettura facile. Venanti viene da lontano e parla da lontano con segni leggeri e delicati. I colori accesi (il chiasso) non sono il suo forte. I suoi spessori di umanità puntano su un recupero minimo, su frammenti, “nunces”; eppure, se uno di noi si dovesse servire di una sonda per carpire i segreti di una megalopoli, quella offertaci da Venanti potrebbe servire al nostro caso. Una delicatezza che non si nasconde la violenza dell’alienazione e del sesso – in queste opere enigmatico e onnipresente -; un’aristocrazia di figurazione cui non sfuggono i problemi della coesistenza – in queste opere allontanati come in uno speco -. […]

“Non disdegna l’informale” scrive Gaio Fratini del pittore Franco Venanti, mentre Lionello Fiumi afferma categoricamente “Detestasi sente – l’informale”. I due esegeti però si riconciliano sulla “coerenza cromatica”, che ambedue gli attribuiscono.
Ecco ciò che mi scoraggia nel parlare di pittura e di pittori la multiforme valenza del linguaggio specialistico, che può affermare qualsiasi cosa e il suo contrario. Inoltre occorre un vocabolario preciso che a me manca, essere pronti ad analizzare “materia pittorica”, “timbro”, “segni”, “cromìe”, “motivi figurali”, “ritmo compositivo”, “tonalismo”, “struttura plastica”.
Io propongo di tornare a un manicheo: “bello – brutto”, “mi piace – non mi piace”. Oppure alle palette che i recensori di cinema nei quotidiani assegnano ai films.
Se questo criterio venisse adottato io assegnerei volentieri a Venanti le quattro stellette della laurea: perché Venanti “mi piace”: è morbido, inquietante, misterioso, disfatto ed elegante.
Ti racconta storie di fantasmi, anzi di ectoplasmi. Antenati che ricompaiono visti attraverso un velo o un vetro, riflessi da uno specchio scrostato, semiaffacciati a una finestra buia; nonne di campagna, generali a riposo, donnine allegre sepolte nel ricordo; a volte sono i ritratti patetici dei caduto sul Carso e sull’Isonzo, nella stessa luce sfumata dei ritratti tombali.
I colori sono sbiaditi, tenui, corrosi (forse è questa la “coerenza cromatica”). Ma la coerenza  io la ritrovo anche nella tematica, nella fedeltà all’ispirazione, nelle minime variazioni ossessive sui temi che lo assillano, che poi sono i grandi temi del sempre: il sesso, l’amore, la morte.